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Recensioni

 

Olga ha occhi attenti, che sanno rimanere umili. La capacità di testimoniare la vita, senza strumentalizzarla per affermazioni personali, è del femminile. Olga e le sue sculture parlano al femminile. Olga ci consegna le sue creature con una passione delicata e forte insieme. Pensieri ed emozioni ci vengono incontro in corpi e volti e posture che chiedono di essere guardati, e si lasciano interrogare, e se non chiudono alla tenerezza e alla speranza, non ci illudono circa l’onnipresenza del dolore.

Io e Olga siamo amiche da tempo. Non ci vediamo spesso, ma con regolarità. E quando ci vediamo, ci parliamo, a lungo, e sempre in modo appassionato. Parliamo di amore, figli, genitori, malattie, morte. Parliamo delle nostre fatiche, della ricerca di senso e compimento. Parliamo della paura, dell’angoscia, della speranza, a cui non vogliamo rinunciare.
Le opere di Olga fanno parte di questo “comune” dialogare. Con semplicità. Di cose grandi.

 

Serena Magrì               8/05/2009

 

Immobili e assorte, in ascolto di un messaggio lontano, le figure modellate da Olga Varalli hanno occhi pensosi e stupefatti (…) L'artista si interroga attraverso esse sui grandi quesiti esistenziali, temi urgenti, e consonanti con una scelta di vita, consapevole che non basta possedere un mestiere perché la creta si trasformi in arte. Certo le forme pure, racchiuse da linee essenziali, parlano di una competenza tecnica che pare andare oltre il percorso decennale nella scultura compiuto dall'autrice di Merlino(…) Ed è altrettanto vero che non si è improvvisata scultrice: nei modellati lasciati alle tinte naturali della creta, in qualche caso rivestite da leggere morbidezze cromatiche, si legge una lunga riflessione sulla tradizione figurativa dei padri, chiamata a raccontare i nostri giorni.(…)

Protagoniste della sua indagine sono soprattutto le donne: chiuse nel privilegio della maternità o in attesa della fine del loro tempo, come la Donna con vestito nero che ha alle spalle "le gioie, i dolori e tutti i colori della vita". Raccontano l'adesione sgomenta alla natura con le forme nude di La terra desolata, "lo stupore negli occhi e il silenzio nel cuore" nello sguardo che ascolta La voce delle stelle; o l'angoscia riarsa e senza parole di Belgrado, anno 2001.

Nei volti dagli occhi fermi c'è lo stesso interrogativo attonito imprigionato nella lava vulcanica dei calchi di Pompei, e Olga Varalli ne investe le forme indaganti il rapporto tra classicità e modernità, la ricerca della purezza primitivista innestata su modelli di bellezza immutabile.

A fare da tramite tra l'intima riflessione dell'artista e il suo imprimersi nelle morbidezze della creta è il linguaggio del corpo, riprodotto nella "capacita ricca e profonda di parlare attraverso i gesti, le posture e le tensioni": la sfida è quella di tenere viva la consapevolezza del presente, la lotta del pensiero contro l'inerte adagiarsi nello scorrere del tempo.
 

Marina Arensi - “il Cittadino” , 20/05/2010
 

 

Una lunga strada verso I'estetica, quella che conduce allo studio-laboratorio di Olga Varalli, ceramista profondamente legata alla terra che lavora e incide. Non potrebbe essere altrimenti, lei che dalla terra, tra i campi e i filari di pioppi incide e lavora avvolta dalla natura suggestiva di una campagna lodigiana profonda tra i campi che vanno verso Spino d'Adda.

Le sue opere, statue in perfetto equilibrio tra forma ed estetica, accolgono da subito il visitatore, adagiate e in attesa nel giardino prospiciente al cascinale dove ha scelto di esercitare e abitare la propria creatività. Un cascinale dei primi del Novecento, dove il silenzio si sente e il buio si vede, le ceramiche e i bronzi bruniti fanno bella mostra di se inondati dalla luce intensa di una finestra che apre un luogo di produzione ma anche di identità e di pensiero che accoglie gli amanti di quest'arte antica.

Qui, nel laboratorio della Varalli l'analogia tra opera e luogo è percepibile. Lo sguardo timido di statue bambine, colte in pose riflessive e timide non smettono di riportare l'incanto di un'eta dell' oro ancora desiderata. In quest'attesa del domani si muovono gli strani attrezzi dello scultore, scalpelli, spatole, aste di ferro e chiodi, utensili utili per la composizione mobile di bronzi che appaiono lievi e aerei nel loro protendersi. (…)

Lavorare la terracotta è lavorare la terra. E' la stessa sensibilità, e si pretende la stessa perizia nelle mani. Olga Varalli ha nelle dita la sapienza della buona maniera senza errori. Il suo modellare le forme ha la stessa attenzione nella fase di svuotamento di ciò che ha scolpito. E' lenta, precisa e cosciente, deve esserlo per evitare la rottura dopo la prova del fuoco.(…)Per secoli l'arte della ceramica è stata definita vile, perche fragile, non controllabile, ma la lavorazione di questo materiale richiede una forte dose di pazienza e profonda conoscenza di ogni suo aspetto, dei suoi costituenti chimici e biologici, e per riuscire ha bisogno di coraggio e desiderio di sperimentazione. Caratteristiche che all'artista lodigiana non mancano. Qui sta tutto il talento del ceramista. Svelare i segreti, che permettono alla terra di sviluppare le proprie potenzialità plastiche e divenire, sotto due abili mani che la lavorano pazientemente, scultura. Incisione di terra e fuoco.
 

Flora Tumminello - “il Cittadino”, 21/10/2010

 

 

All'inizio dell'esposizione si incontrano le opere plastiche di Olga Varalli: le terrecotte, rese morbide alla luce dalla traslucente setosità dell'ingobbio cerato o lasciate al vivo della loro pelle di creta rossa, hanno dolcezze di modellato, assai fine nel rigore della sua naturalezza, ma la loro assorta e silente essenzialità pare collocarle in un contesto di straniamento e meditazione. Non sufficientemente inquietanti, ma sufficientemente problematiche, le statue di Varalli scatenano una emozione, un interrogativo, offrendo una sospensione stupefatta e assorta all'attenzione. Molto ben eseguite nell'elegante e precisa fattura sembrano condensare nel verismo naturalistico che pur le contraddistingue un segreto brivido di tenerezza e di sofferenza possibile.
 

Tiziana Cordani - Estratto da "La Cronaca” , 9/06/2011